Ah, la spiaggia
Immagine generata tramite Vibe
Tira più un pelo di donna che un carro di buoi. Che grande verità.
Non so come mi sia lasciato convincere. Beh, in realtà lo so, inutile prendermi in giro: l'ho ammesso subito.
Erano anni che mi ero liberato dal penoso dovere sociale estivo di dover andare in spiaggia e invece eccomi qui, come un imbecille, a prendere l'ombrellone, il tavolino pieghevole, gli asciugamani, le sdraio... a infilarmi il costume —che ho cercato per ore e che stavo quasi per ricomprare—, a impiastricciarmi di una crema schifosa per non bruciarmi... E tutto perché mi sono fidanzato e lei mi ha convinto, o meglio, io mi sono lasciato convincere, a passare la domenica al mare. È bastato che me lo chiedesse mostrandomi come le stava il bikini nuovo appena comprato perché le rispondessi «certo», senza batter ciglio.
Noi uomini siamo proprio dei coglioni.
E così siamo andati. Siamo arrivati, abbiamo parcheggiato l'auto dove Cristo ha perso le scarpe e ci siamo incamminati carichi di tutta l'attrezzatura balneare —carichi è un eufemismo, a caricare, quello che si dice caricare, ero io da solo— in cerca di un buco sul litorale dove piantare l'ombrellone. Beh. Per onor del vero, lei faceva da guida cercando un posto «ideale» dove sistemarci; cosa che, a giudicare dai giri che abbiamo fatto, doveva essere più complicata che trovare un punto dove piantare una bandiera sulla cima dell'Everest.
Una volta trovato il posto, ho piantato trionfante l'ombrellone manco fossi un soldato a Iwo Jima e ci siamo stabiliti tra i nostri vicini di torrida giornata: dei turisti stranieri che avevano dimenticato di includere le buone maniere nel bagaglio e un gruppo di famiglie occultate sotto un grappolo di ombrelloni disposti a testuggine come le legioni di Cesare, e sui quali scommetto che prima di venire erano passati dal notaio per certificare la proprietà di quel pezzetto di sabbia.
Una volta sistemati, appurato che il posto ideale non includeva tra i suoi parametri una posizione strategica vicina al chiringuito e rassegnati a tostarci sotto un sole inclemente, ho tirato fuori un libro che avevo infilato «di nascosto» nella borsa, cercando di far passare al meglio la giornata. Ma proprio in quel momento, un nutrito gruppo di mocciosi ha deciso di emulare la finale di Champions League nelle nostre vicinanze e i miei piani sono andati a farsi benedire. Non ho idea di come abbiano trovato spazio a sufficienza, anche se sospetto che la nuvola di sabbia che li circondava, e con la quale omaggiavano i forzati spettatori dell'incontro, abbia aiutato parecchio.
Passato il momento calcistico, è arrivato il (per me) temuto istante del bagno. Lei ha insistito. Beh, non molto. È bastato che mi guardasse languida e sorridente, come potete immaginare, mi prendesse per mano e, prima che me ne rendessi conto, ero già immerso nell'immensa fogna in cui abbiamo trasformato l'oceano. Se non bastassero i cadaveri in decomposizione lasciati a mollo da quando il mondo è mondo e la varietà di fluidi che da millenni la fauna marina espelle, ci mettiamo anche noi bipedi della terraferma, convinti che sia una discarica infinita in cui sguazzare a piacimento non appena arriva la canicola.
Mi chiedo in quale momento del processo evolutivo abbiamo perso la coda di paglia.
Insomma, siamo entrati e abbiamo iniziato a spruzzarci come paperelle appena nate in quell'elemento gelido davanti al quale le mie parti basse —per puro istinto di sopravvivenza— scelgono di giocare a nascondino, nonostante gli infruttuosi tentativi della mia ragazza di offrire loro un luogo più accogliente e caldo dove rifugiarsi. Tentazione forte. Ma sapermi oggetto di ogni singolo sguardo circostante non aiutava di certo la mia povera libido.
Siamo tornati al campo base tra gli sguardi sornioni della folla pettegola che hanno smorzato l'animo fino ad allora esultante della mia compagna. Ci siamo preparati a mangiare i panini che avevamo portato, non prima di aver sistemato parte della nostra postazione che aveva subito le scorribande della teppa calcistica; abbiamo mangiato quello che si era salvato dal disastro, bevuto birra non proprio fresca e cercato di «prendere il sole», così ho recuperato il mio libro dalla sepoltura sabbiosa e ho ripreso —o tentato di riprendere— la lettura.
Non avevo ancora iniziato a immergermi nella trama quando a lei è venuto in mente di raccontarmi i pettegolezzi dell'ultima riunione tra amiche, chiedendomi un parere dotto sui commenti, gli atteggiamenti e l'aspetto delle altre partecipanti —evento al quale, grazie a Dio, non mi era permesso assistere— insistendo perché dicessi la mia, convinta lei che con quel sintetico resoconto dei fatti io potessi fare un'analisi accurata. Rassegnato, ho riposto il libro nella borsa e ho iniziato a rispondere «chiaro», «sì» o «normale» a caso, finché non è terminato l'improvvisato esame di sociologia a cui mi ha sottoposto per oltre 45 minuti, a giudicare dalla durata del secondo tempo della partita che, con mio grande orrore, la ragazzaglia del posto aveva ripreso.
Quando il pomeriggio ha iniziato a calare e il sole si avvicinava all'orizzonte, gran parte della folla se n'era andata e io già pregustavo quello che immaginavo come un romantico tramonto accanto alla donna che amo; lei però ha deciso che era troppo tardi per tornare a casa e che dovevamo sbrigarci a raccogliere tutto e portare le cose alla (lontana) macchina. Cosa che ho fatto senza fiatare.
Arrivati a casa a notte fonda, dopo un paio d'ore di coda, dopo aver tolto la sabbia rimasta tra le nostre cose, averle rimesse nel ripostiglio, aver lavato via il sale che la nostra epidermide aveva trattenuto e aver mangiato qualcosa, la mia ragazza mi ha dato un bacio sulla guancia. Mi ha detto che si era divertita molto e che dovevamo assolutamente tornare un altro giorno. Poi mi ha chiesto di aspettare un momento, che doveva mostrarmi il vestitino che aveva comprato per l'indomani. Sono rimasto lì in attesa, sfogliando il mio libro e chiedendomi quale nuova imbecillità avrei fatto il giorno dopo.
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